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Csm

Dal 10 al 40% dei processi penali rischiano di chiudersi prima della sentenza, se entrerà in vigore il disegno di legge sui processi brevi. Lo ha detto oggi il Consiglio superiore della magistratura, dopo avere ascoltato i vertici dei primi nove tribunali italiani sulle ricadute del ddl.

Per quanto riguarda i processi civili, l’effetto della legge rischia di essere “devastante”, ha riferito il Csm, con ripercussioni su quasi la metà dei processi.

Il disegno di legge, presentato da Pdl e Lega e che ha cominciato oggi il suo iter al Senato, prevede l’estinzione dei processi penali che non arrivano a sentenza in “un tempo ragionevole”, fissato in due anni per ogni grado di giudizio.

L’opposizione in Parlamento l’ha bollata come l’ennesima legge ad personam, perché avrebbe l’effetto di prescrivere due processi in cui è imputato il premier Silvio Berlusconi, mentre il sindacato delle toghe, l’Anm, ha denunciato che per effetto di queste norme sono a rischio il 50% dei processi.

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha detto alla Camera — e ribadito stasera in tv — che il ddl applica il principio costituzionale della ragionevole durata del processo e ha drasticamente ridimensionato le stime dell’Anm del Csm; secondo i calcoli del ministero, soltanto l’1% dei processi in corso finirebbe prima della sentenza.

Anche all’interno della maggioranza si è levato più di un sopracciglio alla lettura del ddl, soprattutto nel campo dei cosiddetti “finiani”.

“Questa non è una riforma della giustizia, ma un provvedimento sui tempi della giustizia”, ha puntualizzato oggi da Milano lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Il presidente del Csm Nicola Mancino ha invitato la politica ad “osservare le difficoltà che (il ddl) pone ai processi civili e penali”, dopo che stamattina aveva rassicurato Alfano che l’organo di autogoverno della magistratura valuterà le nuove proposte “con animo sereno, sgomberi da tentativi di strumentalizzazione”.

“I DATI SONO PREOCCUPANTI”

“I dati che ci hanno fornito i dirigenti dei principali tribunali italiani sono preoccupanti, anche se non ancora definitivi”, ha detto Vincenza Maccora, presidente della Sesta sezione del Csm, davanti alla quale sono sfilati oggi in audizione i presidenti di tribunale e i procuratori di Milano, Venezia, Roma, Torino, Bologna, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo.

“Le realtà giudiziarie esaminate sono differenti ma nel complesso i processi penali a rischio oscillano tra il 10 e il 40%”, ha aggiunto.

“Nelle realtà migliori come Milano, dove nel 2009 i tempi medi di svolgimento dei processi penali sono stati inferiori ad un anno, l’impatto del ddl sui processi sarebbe di poco superiore al 10%, ma la situazione sarebbe più grave per i processi complessi. A Milano terminerebbero i processi Telecom, Santa Rita, Mills, Mediaset, Parmalat 2 (già prescritto), Bnl-Antonveneta”.

La parte alta della forbice, il 40% dei processi a rischio, si toccherebbe nelle realtà del Sud come Bari e Reggio Calabria.

Il Csm sottolinea però che l’incidenza del ddl sui processi potrebbe aumentare ancora per un “effetto moltiplicatore”, in quanto le nuove norme contenute nel ddl disincentivano gli avvocati dal ricorrere ai riti alternativi e rischiano di riversare sul rito ordinario il 60% dei procedimenti che ora si risolvono con patteggiamento e rito abbreviato.

“NEL CIVILE A RISCHIO DAL 26 AL 46% DEI PROCESSI”

“La situazione più allarmante”, come ha detto il consigliere togato Giuseppe Maria Berruti, riguarda però il processo civile, dove le ripercussioni del ddl sarebbero ancora maggiori. I processi attualmente pendenti da oltre un anno e sei mesi nei nove tribunali considerati vanno dal 20 al 46% del totale e sono pertanto a rischio di venire considerati di “irragionevole durata”.

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