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odio russo nuovo

26 anni sono abbastanza in Russia. O almeno così sembra, visto che per Ivan Khutorskoi è già arrivato il capolinea.

L’attivista dell’antifascismo militante, ormai quasi una star in terra di Russia è stato trovato morto nell’androne di uno stabile fatiscente, uno dei tanti che costellano la periferia orientale di Mosca, nella via Khabarovskaia. Giustiziato con un colpo di arma da fuoco in testa, con altri fori di proiettile a crivellarne il corpo. La polizia indagherà. E le indagini si concentreranno preferibilmente sull’attività politica di Khutorskoi, sul suo passato prossimo di ripetuto bersaglio di aggressioni.

Per una parte della Russia, quella che dal sottosuolo spinge per un ordine più che ferreo, le sue campagne antifasciste erano un gran fastidio già dal 2005. Forse alla fine erano divenute addirittura una minaccia. Tanto che contro di lui erano apparse recentemente intimidazioni più che esplicite su alcuni siti web frequentati da affiliati ad organizzazioni neonaziste e di estrema destra. Khutorskoi era insomma una spina nel fianco. Ed aveva fatto delle sue attività sociali a supporto delle organizzazioni di sinistra un credo.

I suoi amici lo ricordano come un appassionato di punk-rock. Uno che si era occupato del servizio d’ordine in concerti e manifestazioni antifasciste. Un personaggio scomodo, insomma. Specialmente in un Paese che giorno dopo giorno fa i conti con l’ondata di nazionalismo che mira al potere. Con un’estrema destra rampante. Con una serie di uccisioni razziste ed agitazioni di matrice xenofoba che troppo spesso restano impunite. Sono queste le manifestazioni più tangibili di una Russia alla deriva. Una deriva di fronte alla quale non bisogna però scoraggiarsi.

Nonostante la storia recente del Paese sia costellata di episodi tragici. Ultimo dei quali il caso Khutorskoi. Che giunge al culmine di una lunga scia di sangue partita il 19 luglio 2004 con la morte di Nikolai Girenko, esperto di lotta contro la discriminazione ed il razzismo e difensore dei diritti umani, letteralmente dilaniato da colpi di fucile esplosi da ignoti attraverso la porta della sua abitazione di San Pietroburgo. Ad ottobre 2008 era toccato a Fediai Filatov, assassinato a coltellate sotto casa sua a Mosca. Per non parlare dei numerosi altri tentativi di omicidio, andati o meno a segno.

Nella Russia di oggi non sono solo gli antifascisti a rischiare pesante. Aggressioni vengono messe a segno contro i non-slavi, caucasici, immigrati di sorta. Le ronde non sono che la punta violenta, sanguinaria e spettacolare di una galassia neofascista ed ultranazionalista più ampia e non completamente sommersa. Tanto da essere sostenuta persino all’interno della Duma, il parlamento russo. Partiti come quello liberal-democratico del populista Vladimir Zhirinovskij, o addirittura come il Partito comunista della Federazione russa (KPRF) di Gennadi Zyuganov, già leader della corrente “nazional-patriottica” di sovietica memoria Pamiat.

Cristiani ortodossi o pagani nostalgici del sogno eurasiatico della Nuova Destra targata Alexander Dughin. Simil-nazisti come l’Unità Nazionale Russa (RNE), bolscevichi nazionalisti dell’NBP di Edouard Limonov. Movimenti accomunati dalla visione di un ordine russo, dello Stato forte, costi quel che costi.

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