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sciascia

Nato a Racalmuto (Ag) nel 1921, Leonardo Sciascia sferzò la cultura e la politica italiana negli ultimi venti anni della sua vita, scoprendo il velo di occulte forze criminali, vero e ineliminabile motore della storia italiana

Il 20 novembre del 1989 moriva a Palermo Leonardo Sciascia, insieme a Pier Paolo Pasolini, uno degli scrittori più importanti del Novecento, lucido analista dei mali italiani. Era malato da circa quattro anni ed aveva affrontato il decadimento fisico con una serenità eroica, mai smettendo di scrivere e mai smettendo di riflettere sul destino degli uomini. Era nato a Racalmuto (Agrigento) l’8 gennaio del 1921.

La sua esperienza letteraria è fondamentale per comprendere non solo la storia di questo Paese ma, soprattutto, il ruolo dello scrittore e dell’intellettuale nella democrazia contemporanea. I suoi esordi artistici lo testimoniano. Nella “Parrocchie di Regalpetra” (1956) egli racconta della povertà siciliana, che in quel momento gli ispira un sentimento pessimistico – mai abbandonato, per la verità – sulle sorti della Sicilia. Protagonisti sono quei “figli delle zolfatare”, seminudi e sporchi, che frequentano la scuola elementare dove lui insegna con la consapevolezza di un destino immutabile. Così li descrive, ricordando gli anni della sua infanzia: «Ho cominciato ad andare a scuola verso i sei anni, con i figli dei contadini e degli zolfatari, ma io, figlio di un impiegato, ero vestito in maniera diversa, portavo scarpe perfino d’estate. I miei compagni andavano scalzi, erano letteralmente annegati nei vestiti dei loro padri o fratelli maggiori».

La povertà come uno degli elementi della dominazione sociale. È la riflessione che sosterrà l’intera opera sciasciana, accanto all’altro elemento, forse ancora più centrale: l’inquisizione.

sciascia borsellino

Gli inquisitori e gli eretici

La società siciliana dove cresce il giovane Sciascia è intrisa di povertà tanto quanto di malaffare. Ma l’uno e l’altro sono le due facce della stessa medaglia. È proprio attraverso la povertà e l’ignoranza che la mafia può sviluppare il suo apparato di dominio ed affermarsi come “auctoritas”, in totale assenza di uno Stato. Il mancato sviluppo è conseguenza dell’intolleranza religiosa, il cui tema attraversa la riflessione di Sciascia come una spada nel corpo fisico.

Egli, in effetti, elabora il divenire della storia italiana alla luce del rapporto “Inquisitori-eretici”, di cui vede evidenti tracce non soltanto nelle azioni dei suoi personaggi-metafora, ma anche nella cronaca, come dimostrano i tragici casi, fra gli altri, di Enzo Tortora e di Aldo Moro.

Il punto di inizio di questa riflessione è senza dubbio in un’opera oggi poco letta e forse troppo emarginata dalla sua bibliografia: “Morte dell’inquisitore” (1964), nella quale, inaugurando il suo metodo investigativo, che contrassegnerà molte delle sue fatiche letterarie fino alla morte (si pensi, fra gli altri, al magnifico “La scomparsa di Majorana”, 1975, dedicata alla misteriosa sparizione del più grande fisico nucleare italiano), egli racconta del supplizio e della condanna di un eretico racalmutese, Diego La Matina, condannato a morte perché non vuole abiurare dalla sua “verità”. Sciascia, significativamente, precisa che «tutto è legato, per me, al problema della giustizia, in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto fra uomo e uomo».

Il punto centrale, però, è che il racalmutese scorge una linea di continuità fra l’inquisizione storica e le vicende a lui contemporanee. Molti dei protagonisti dei suoi romanzi (ad esempio, il professor Laurana di “A ciascuno il suo”, 1966, il capitano Bellodi ne “Il giorno della civetta”, 1961, il commissario Rogas in “Il contesto”, 1971, il Vice in “Il cavaliere e la morte”, 1988) sono in effetti “eretici” indirizzati verso il rogo da un sistema che riproduce fedelmente, anche se in modi trasfigurati, la necessità dell’autodafè.

sciascia picasso

Sciascia politico

Lo scrittore siciliano è stato, in effetti, un testimone politico, molto più di altri suoi contemporanei come il già citato Pasolini, o Alberto Moravia, Italo Calvino e perfino di uno scrittore che si impegnò in prima persona nell’agone come Paolo Volponi. Negli ultimi venti anni della sua vita, sia con i romanzi, sia con saggi e interventi giornalistici, Sciascia sferza, incide, seziona i principali temi politici sul tappeto, scorgendo nella società italiana un corpo mummificato dagli interessi corporati e paramafiosi. La sua sostanziale lontananza dal marxismo e pur tuttavia il suo appartenere ad una sinistra razionalista e neo-illuminista (forse coincidente con il partito radicale o con il vecchio azionismo), lo mettono contro tutti. Quando pubblica “Candido, un sogno fatto in Sicilia”, 1987, nel quale il protagonista, iscritto al Pci, scopre suo malgrado la sostanziale contiguità dei militanti con il malaffare, la polemica con il partito (per il quale era stato consigliere comunale a Palermo) diventa aspra e irrimediabile. Giancarlo Pajetta lo accusa apertamente di essere passato armi e bagagli alla reazione. Per altri motivi (legati al sequestro Moro), finirà per essere querelato perfino da Enrico Berlinguer e rompere così una solida amicizia, quella con Renato Guttuso.

Naturalmente, lo scrittore siciliano aveva visto giusto, perché era il sistema politico nel suo complesso ad essere malato, anche se, soprattutto in Sicilia, i comunisti e i sindacalisti della Cgil erano stati gli unici ad opporsi anche fisicamente alla dominazione mafiosa (cosa che lo stesso Sciascia riconosceva senza ombra di dubbio), ma ciò non aveva impedito del tutto che taluni settori del partito fossero con un piede dentro la “zona grigia”, quella delle influenze mafiose (come denuncerà, a pochi mesi dal suo tragico martirio, lo stesso Pio La Torre).

Il veggente

Pasolini sosteneva che lo scrittore può denunciare le cose perché intuisce la verità, la malvagità umana essendo colpa percepibile anche al di fuori delle aule giudiziarie e degli inghippi avvocateschi. Sciascia ripercorre, in modo molto simile, il viatico del poeta friulano. Fino alla sua morte, i suoi interventi giornalistici, le sue interviste e dichiarazioni, sconquassano la società intellettuale e politica, creandogli nemici e accusatori. Significativa, la polemica sui “professionisti dell’antimafia”, scoppiata perché Sciascia aveva accusato sul “Corriere della Sera” Paolo Borsellino di essere stato nominato procuratore a Marsala per i suoi meriti di giudice “antimafia” eludendo le norme che imponevano le promozioni per anzianità. Si tratta dell’unica nota stonata della sua vita o, forse, come asserisce John Dickie nella sua “Storia della Mafia”, della significativa impossibilità, per un siciliano, di scorgere i reali termini del problema “Cosa Nostra”, perché ancestralmente intrisi nella cultura isolana.

Certo è che Sciascia anticipò la visione del degrado progressivo di questo Paese, di cui la Sicilia è una perfetta metafora, la ineluttabile caduta nei gorghi della criminalità istituzionalizzata (di cui disegna, quasi come in trance, una perfetta e lucida visione in “Todo modo”, 1974), promossa dal partito cattolico (la Democrazia Cristiana, di cui fu sempre un meritorio e acerrimo avversario), e, potremmo aggiungere, la discesa agli inferi attuali, al caos berlusconiano delle compravendite e della definitiva e forse irrimediabile implosione etica della società italiana.

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